CAFFE' DIEGO: A GOURMARTE IL "SISTEMA SALUTARE" CHE VALORIZZA UNA GRANDE PASSIONE ITALIANA

Rispetto dell'ambiente, salute della persona, sviluppo sostenibile

caffe diego sociIl caffè unisce le persone, è un prodotto ricco di fascino che sa offrire sensazioni, che può essere di conforto e che fa sempre compagnia: questa è la storia, e la convinzione, che ha spinto i soci fondatori della bresciana Caffè Diego a dar vita ad un'attività lavorativa basata sulla passione e che li ha portati giorno dopo giorno a valorizzare la caffetteria artigianale Italiana: “per noi non esiste impegno più gratificante di saper coinvolgere le persone suscitando emozioni, piacere e stimolando i sensi. Caffè Diego è frutto di un intenso lavoro di sviluppo e ricerca per realizzare Miscele di altissima qualità, miscele nuove adatte ai gusti delle diverse aree geografiche” spiega Diego Carrozzo. L'obiettivo è far riscoprire a tutti l’aroma, il profumo, il gusto nel bere un vero espresso dell’eccellenza Italiana, certificato - tra l'altro - anche dal Comitato di Redazione Eccellenze Italiane proprio per la comprovata qualità del prodotto, realizzato grazie ad un connubio vincente: le migliori macchine per espresso Made In Italy progettate per la vita, le migliori miscele provenienti esclusivamente dal Schermata 2017 06 20 alle 15.36.29Sud-America, la migliore lavorazione artigianale Italiana, per un risultato in tazza a regola d’arte, bandiera del meglio del Made in Italy. Fiore all'occhiello di Caffè Diego è l'innovativo “sistema salutare”, ovvero l'attenzione all'ambiente e il rispetto della terra - grazie alle cialde realizzate in carta, totalmente biodegradabili - e allo stesso tempo l'attenzione alla salute, perchè la carta filtro utilizzata è particolarmente efficace nel ridurre la presenza di fondi e di altri residui come cere e oli, così che il caffè, oltre ad essere più ecologico, risulta anche più sano e digeribile. Dallo “Squisito” espresso con aroma morbido...

IL DIAMANTE DELLA BASSA NASCE NELLE ACQUE DEI FONTANILI 

Dalle trote agli storioni al caviale sempre nel nome dei Giovannini

 Febbario 2017

Matteo Giovannini della Adamas di Pandino con un esemplare di storione siberianoSono stati i Giovannini, famiglia di origini toscane, a scrivere la storia dell’allevamento ittico tra la bassa bergamasca ed il cremasco. Prima con la Salmon Trutta a Torre Pallavicina, poi con la Salmon Pan a Pandino. Ed è qui, nell’allevamento progettato e realizzato alla fine degli anni Ottanta da Alfredo Giovannini, che vi portiamo per raccontarvi dell’ultima impresa della famiglia Giovannini, ora rappresentata dal giovane Matteo, affiancato in società da un altro toscano, Sergio Nannini. Forse era necessario che approdasse a Pandino quest’ultimo, dotato di una visione più commerciale, per mettersi in proprio nella produzione di caviale con il proprio marchio Adamas, diamante in latino. Già perché gli storioni, sulla scorta dell’esempio dell’Agroittica di Calvisano nel bresciano, azienda alla quale la Salmo Pan ha fornito per anni il caviale, avevano già da tempo (dal 2003) sostituito le trote nelle 70 vasche alimentate dalle acque dei fontanili di superficie (il fiume Il Black dallo storiore siberiano e il caviale di punta della Adamas di PandinoTormo) o di profondità (dai pozzi realizzati ad hoc). Acque pure, che si mantengono costanti alla temperatura ideale in particolare per una delle 27 varietà di storione esistenti in natura, il Baerli, più conosciuto come siberiano che dà origine al caviale Black Adamas. Uno storione piccolo che raggiunge la maturità in tempi brevi rispetto ad altre varietà, che produce naturalmente uova in quantità inferiori (le uova costituiscono circa il 10% del peso del pesce) ma di qualità elevata, di un diametro tra i 2,5 ed i 3 millimetri, di colore grigio tra perla e canna di fucile, dalla consistenza cremosa e dal gusto delicato, morbido, persistente. Lo stesso Baerli, incrociato con altre specie, ha dato vita ad ibridi le cui uova hanno caratteristiche differenti: lo Yellow Adamas ha sangue russo; l’Aqua Adamas è incrociato con il tipico storione italiano, il Naccari. Completa la gamma una piccola quantità del raro caviale da storione albino preferito dagli Zar

IL PECORINO DELLA MONTAGNA LOMBARDA

Luigi Petrogalli alleva pecore di razza sarda e produce formaggi nella sua Valbondione 

Stima emozionale: O GourmarteO Gourmarte

 

Febbraio 2017

Luigi PetrogalliSembrava segnato, il destino professionale di Luigi Petrogalli. Erede di una stirpe di panettieri, il padre l’ha voluto ben presto con sé nel forno di famiglia, nel centro di Gromo. Ci sapeva fare e gli piaceva pure. Dentro tuttavia ardeva la sua passione per gli animali e la voglia di cimentarsi con l’allevamento. Perciò appena ne ha avuta la possibilità, a costo di deludere la aspettative dei famigliari, ha preso in affitto la stalla ed i primi capi, allora solo bovini. La voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, che potesse rappresentare una buona opportunità per un futuro che vedeva dedicato totalmente all’attività di allevatore-casaro, lo ha portato ben presto ad affiancare ai bovini le pecore, inizialmente di razza nuovi arrivi nel gregge di Petrogallibergamasca. Niente da fare, latte di qualità e soprattutto di quantità insufficiente per dare redditività. E allora ecco arrivare nella stalla su al Botto di Ardesio (luogo meraviglioso, vista spaziale sulla valle e sulle vette circostanti) i primi esemplari di pecora sarda, decisamente più vocata come lattifera. Accadeva una mezza dozzina di anni orsono. La consapevolezza di avere imboccato la strada giusta lo ha portato ben presto ad abbandonare i pochi capi bovini rimasti per incrementare la consistenza del gregge. Serviva il caseificio e la taverna di casa, giù a Gromo, aveva le giuste dimensioni per attrezzarlo. Il formaggio lo sapeva già fare, ma certo passare dal latte vaccino a quello di pecora ha comportato delle difficoltà, superate grazie anche ai consigli di amici pastori toscani. Da quattro anni Luigi Petrogalli è l’unico produttore bergamasco di formaggi pecorini. Quando il gregge, ora composto da un’ottantina di capi distribuiti in tre piccole stalle dedicate, è in piena lattazione, fornisce circa un quintale di latte al giorno. Pietrogalli lavora naturalmente il latte a crudo ottenendo i classici 

I RIESLING DI HARTMANN ARRIVANO IN ITALIA GRAZIE A CHAMPAGNE4YOU

domain alice hartmann vin doTra i grandi vini del mondo va certamente annoverato il Riesling Renano prodotto con l’omonimo vitigno nella sua culla d’origine, le aree tedesche del Reno, della Mosella e del Palatinato (Pfalz). Vini bianchi elegantissimi, di classe, dotati di una straordinaria longevità. Grazie alla spiccata acidità che deriva dall’interazione tra vitigno, terroir e clima, i migliori Riesling possono infatti maturare per decine di anni stabilendo un primato tra i bianchi (solo alcuni Champagnes tengono il passo…). Caratteristiche che si esaltano appunto nelle aree a clima fresco dove può maturare lentamente sviluppando quella carica aromatica che ne distingue il profilo organolettico (il descrittore più singolare rimanda ai profumi di “idrocarburi”). Si ritiene che il Riesling riesca a dare il meglio di sé nei pendii scoscesi della Mosel-Saar-Ruwer che abbiano un'inclinazione ideale di 30° in modo da sfruttare al massimo l'incidenza dei raggi solari e il calore riflesso dalla superficie dei fiumi. Esattamente come sono quelli di Alice Hartmann, l’azienda lussemburghese che a più riprese ha vinto il titolo per i migliori Riesling al mondo prodotti al di fuori del territorio tedesco (in realtà di mezzo c’è appunto solo il fiume Mosella che segna il confine tra il piccolo stato dalla Germania e dalla Francia). 

FIORI EDULI, PURO PIACERE SENSORIALE A TAVOLA

Stima emozionale:  O GourmarteO Gourmarte

Settembre 2016

Sara Bartoli con tutta la famiglia nei campi di Come BackUn po’ figlia dei fiori e tanto mamma di tre pargoli, Sara Bartoli si è riscoperta imprenditrice agricola a pochi passi da Bergamo, città dov’è nata e cresciuta, e dove ha studiato non poco per laurearsi in Ingegneria Ambientale. Attenzione però a non confondere le cose: anche per una pura questione anagrafica Sara non ha nulla a che vedere con il ben noto movimento hippie degli anni Settanta. I fiori in questione, di cui è al tempo stesso mamma perché li coltiva e figlia perché da sempre ne apprezza le virtù, sono quelli che semina e raccoglie nella serra della sua azienda agricola ComeBack di Stezzano. Un minuto di auto deviando dalle trafficatissime strade alle porte della città ed ecco che si è immersi in una campagna da “Albero degli Zoccoli 2.0”. Il traffico e la confusione sono un lontano ricordo ed anche la nuova costruzione che sarà destinata ad alloggio agrituristico appare perfettamente integrata in una logica di nuova concezione di fare agricoltura. Un modo nuovo e moderno che dovrebbe essere sostenuto dai fondi europei destinati ai giovani imprenditori agricoli che invece faticano ad accedere ai finanziamenti. E’ il cruccio di Sara, cui come ad altri è stato promesso che quei benedetti fondi sarebbero arrivati e che invece si ritrova a dover contare solo sulle proprie forze per portare a termine il suo piccolo ma significativo progetto. Gli aiuti, se arriveranno, saranno meritati e benedetti, sosterranno un’iniziativa originale e già ben impostata, nata da una passione personale che trae linfa dalla storia e dalle nuove esigenze alimentari. “I fiori hanno sempre fatto parte della dieta di quasi tutti i popoli del mondo, dice Sara. Potrei citare passi del Vecchio Testamento come del Corano in cui vengono citati tra gli ingredienti utilizzati in cucina, oppure ricordare l’uso che ne facevano gli Antichi Romani o Carlo Magno, od ancora Elisabetta I° e Shakespeare, ma l’esperienza dei nostri nonni che utilizzavano le primule e le violette nelle insalate oppure i fiori di sambuco in frittelle o della robinia caramellati è un ricordo ancora vivo nella mia mente come i quella di tanti bergamaschi penso”. In effetti è così, e non serve essere degli esperti gourmet per ricordarlo così come non è necessario essere frequentatori assidui elle tavole dei ristoranti più in vista per accorgersi che negli ultimi tempi i cuochi che vanno per la maggiore hanno riscoperto l’uso dei fiori eduli nelle loro ricette. “Non è una moda ma, appunto, una riscoperta che risponde anche alle nuove esigenze alimentari che vedono sempre più gente avvicinarsi ad una dieta che escluse o riduce al minimo l’apporto di ingredienti di origine animale. I fiori dal punto di vista nutrizionale sono poverissimi di grassi e ricchi invece di minerali, proteine e vitamine oltre che di sostanze antiossidanti. Ma a parte questo fondamentali sono i profumi che emanano e la bellezza cromatica che regalano ai piatti a farne un elemento molto importante: un vero piacere sensoriale”. 

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